Kenya moleskine

Kenya moleskine: diario di viaggio

luglio 2007
KENYA: Nairobi – Ol Moran – North Kinangop – Nyahururu – Nyeri – Isiolo

La mia prima Africa. Un viaggio straordinario nel cuore del Kenya, nella savana dagli orizzonti sconfinati, nei villaggi di fango, nelle baraccopoli, dentro le capanne degli ultimi. Quegli ultimi, poveri, capaci di sorridere nonostante tutto e di amare. Un viaggio nella realtà missionaria di Ol Moran per scoprire un volto della fede autentico e contagioso, per imparare il coraggio della gioia dei poveri. La mia prima esperienza come reporter nel continente africano, un viaggio che mi ha cambiato per sempre. Il mio primo libro-reportage , il mio primo schieramento dalla parte degli ultimi, dalla parte dell’Africa.
(Alcuni testi sono estratti dal mio diario di viaggio personale, altri sono stati riportati nel volume “Sulla via di ol Moran” ed. Cid, 2008)

11-04-2007 Kenya

A fine luglio: Kenya o Sardegna.
Detta così sembra la più grande botta di fortuna della mia vita. E infatti lo è. Ma il dilemma non si pone. Potrei sceglierei di andare in vacanza con gli amici e Marco, il mio ragazzo, in Sardegna a casa degli zii di un’amica, grigliate in compagnia, spiaggia, sole, mare e relax oppure trascorrere 20 giorni in missione in Kenya per un reportage che mi aprirà le porte anche per una pubblicazione… E dovrei anche avere il dubbio? Io non ho dubbi: Kenya, ad occhi chiusi. Avrei voglia di vedere la Sardegna prima o poi, ma come posso lasciarmi scappare questa occasione? A me non sembra vero. Una vera esperienza di missione, in Africa, come giornalista, Non è questa la risposta ideale alla mia ricerca di senso? Cosa voglio fare della mia vita? Non è forse questo il modo migliore per scoprirlo? E non è forse proprio dove sembra mancare tutto che si trovano le risposte e il senso di ogni cosa?
Tutti quelli che sono stati in Africa e ne hanno colto l’essenza dicono che non si torna più a casa uguali a prima. Non so cosa aspettarmi da questo viaggio, magari una piccola luce per indicarmi la strada…

16-04-2007 Kenya: la risposta è si

Eravamo a tavola con i miei, Marco ed io, per cena. A un certo punto sono uscita con la frase: “devo dirvi una cosa”. Il terrore sul volto di mia madre: “Sei incinta?”. “Ma no, mamma, ma cosa dici? Volevo dire che mi mandano in Africa, il giornale mi manda in Africa, in missione. E’ confermato”.
Non so se forse per un istante lei non avesse preferito l’altra ipotesi. Le mamme le prendono un po’ male queste cose, cominciano a pensare a tutte le malattie e non riesci a togliere dalla loro testa il rischio dei disastri aerei. Io invece sono così incoscientemente serena e non ho voglia di pensare a pericoli e problemi.

10-05-2007 Kenya: iniziano i preparativi

Come vestirsi? Quali vaccinazioni fare? Quali medicinali portare?
Mancano ancora due mesi, lo so. Ma intanto questo viaggio in Kenya si sta trasformando da “data e prezzo” in qualcosa di più definito. Poco fa c’è stato il primo incontro con il gruppo di persone con cui partirò il 12 luglio da Venezia. Scalo ad Amsterdam, poi diretti fino a Nairobi. Da li saranno 6 ore di jeep nella savana direzione Ol Moran, alla missione.
Finora ero molto concentrata sull’occasione imperdibile di un nuovo reportage. Sul mio lavoro di giornalista, sui successivi sviluppi che queste esperienza porterà. Sul libro. Un po’ egoisticamente, lo ammetto, ero concentrata sull’idea di poter pubblicare un libro scritto da me. Alla faccia della prof di italiano delle medie che ce l’aveva con me. Tiè.
Finora non sapevo assolutamente nulla sul viaggio in sè. Nè sapevo dove si trova Ol Moran, nè con chi sarei andata, nè cosa avrei fatto… Ho risposto sì con entusiasmo e mi sono buttata, un po’ inconsciamente, un po’ all’avventura…
Ora man mano che le idee si fanno più chiare il tutto si fa ancora più interessante.
Saremo una dozzina, oggi ci siamo visti in faccia per la prima volta, tutta gente motivata, persone alla ricerca di qualcosa. Si percepisce a pelle.
Elisa, che resterà alla missione per un anno intero come volontaria, ci ha illustrato alcuni consigli relativi a malattie e vaccinazioni, medicinali da portare, accortezze varie nel massimo rispetto di quella cultura così diversa. Una cosa che non avevo preso in considerazione. Credo che pochi ci pensino quando stanno per intraprendere un viaggio in un paese così diverso. Ogni comportamento deve essere controllato nel rispetto della cultura che ci ospita. Qui, in questo pezzo di Africa, in particolare.
A partire dall’abbigliamento: niente spalle scoperte e scollature, per le donne è consigliabile indossare una gonna lunga, un pareo, al posto o meglio sopra i pantaloni. Scarpe chiuse e calzini per difendersi dalle zecche, spray antizanzare e zanzariera per la notte (ci sarebbe la malaria da quelle parti…). Per evitare il contagio da parte di alcune malattie particolare attenzione si dovrà dare al cibo: mai mangiare cose offerte da sconosciuti o per la strada, bere solo bevande in bottiglia, mangiare solo frutta lavata e sbucciata personalmente, lavarsi le mani frequentemente… Nella missione l’elettricità è data da pannelli solari e l’acqua è poca, dunque dovremmo usare grande parsimonia e adattarci.
Questa cosa dello spirito di adattamento era da prevedere, ma non ci avevo pensato bene. Si tratterà di adeguarsi sul cibo, sull’abbigliamento, sulla lingua (parlano swaili e al massimo inglese…) e soprattutto sui tempi.
Parola d’ordine sarà “Pole pole” (gran calma…). E Dio solo sa quanto ne ho bisogno di un po’ di calma io….
I diversi saremo noi, gli ospiti saremo noi, gli stranieri.
Bella questa cosa, in realtà finchè si va in giro per l’Europa la sensazione di forte diversità non si avverte in modo così intenso e profondo. Sarà una bella prova stare dall’altra parte, per una volta.
Mi aspetto molto da questo viaggio, soprattutto a livello umano e spirituale. Sono sicura che si tratterà di un’esperienza che mi toccherà in profondità molto più di quanto pensavo.
E per me non si tratta solo di raccontare, non si tratta di lavoro, ma di vivere, di assorbire, di lasciare che quello che troverò lì mi attraversi e si sedimenti dentro. Quello che riuscirò a dare una volta tornata qui sarà tanto più significativo quanto più mi sarò lasciata penetrare nell’anima da tutto ciò che l’Africa saprà dare.
E sarà parecchio.
Sarà una ricerca di risposte, una ricerca di senso. Viste da una diversa prospettiva, viste da lontano molte cose acquisteranno nuovi significati e riveleranno il loro vero valore.
Molte cose stanno già iniziando ad acquistare nuovi significati, nuovo valore.

06-06-2007

Poco più di mese alla mia partenza per il Kenya. Lunedi ho fatto i vaccini per il tifo, la febbre gialla e l’epatite A. Manca solo la profilassi antimalaria da iniziare una settimana prima della partenza… Non male eh??

07-07-2007 In valigia

Sto preparando la valigia per Ol Moran. Non sono mai stata via così a lungo e non sono mai andata così lontano.
Sono giorni che continuo a sognare il viaggio. Preparando la valigia devo tenere conto di moltissime cose, il clima, la cultura, gli insetti, il caldo, il freddo… Tra le cose che attendo con più impazienza, oltre alla liberazione dal mio cellulare, è la liberazione da tutte quelle costruzioni della nostra società dentro alle quali sono perennemente immersa: il look, il trucco, i capelli sempre perfetti, abbigliamento in tinta, stile ed eleganza. 20 giorni senza nulla di tutto ciò. wow.
Io lo ammetto, sono una persona che è abbastanza succube di una certa cura estetica, tengo molto a vestirmi bene, ad essere sempre “a posto”, tengo molto al mio fisico e all’apparenza, a come mi vedono gli altri, forse troppo.
Ed è per questo che aspetto con impazienza di indossare ogni santo giorno per 20 giorni quei pantaloni larghi e anonimi che ho raccattato in giro tra un po’ di scarti familiari, e quelle magliette informi e scolorite che tanto risolvono ogni paranoia sul girovita. Foulard all’africana in testa e scarponi per andare in mezzo al fango. E soprattutto niente trucco. Una liberazione forzata e un po’ voluta. Che mi farà tanto, tanto bene.

12-07-2007 12 luglio 2007: si parte!!!!!

Il mio aereo partirà alle sei e dieci di questa mattina. E io non ho sonno. L’adrenalina non mi permette di addormentarmi, troppe le cose a cui sto pensando, che mi sto immaginando… Ma sono sicura che l’Africa saprà stupirmi, che le persone sapranno stupirmi, e la natura e i colori e i profumi. E il cielo.
In realtà non so neanche esattamente cosa aspettarmi di preciso. 20 giorni in visita alla Missione di Ol Moran, in Kenya, alle sue attività, ai villaggi, agli ospedali e alle scuole, e poi il safari, la gita al monte Kenya, la messa, i canti, la musica…
Niente di preciso, ma mi aspetto grandi cose.
Da raccontare e da condividere con chiunque lo vorrà.

12.7.07 ore 11

venezia-amsterdam/ amsterdam-nairobi – In quota. E’ il mio primo volo su un boeing 747. Ed è la prima volta che parto così tranquilla. Sarà colpa del sonno arretrato dopo la notte in bianco. Sarà grazie alla musica country che danno in cuffia…
oh, no. Non c’è solo musica country, ma anche jazz.
Si comincia bene: un Topolino e un bel jazz.

12.7.07 ore 15.30 in volo -SAHARA

Sorvoliamo da ore il Sahara. Dall’oblò si vede una distesa arancio chiaro di nulla. Tra la sabbia e le alture che da essa affiorano, quà e là, piccoli centri, oasi.
L’Africa è davvero grande, interminabile. E pensare che noi in 8 ore di volo arriviamo appena a metà! Nairobi è appena qualche km sotto l’equatore e Ol Moran qualche km al di sopra.
Il mio cellulare è spento da stamattina alle 9. Diciamo che una buona disintossicazione non fa male. Niente cell, niente internet, niente piccoli dettagli estetici. Non avrebbe senso. In Africa ha senso l’autenticità, la spontaneità.

12.7.07 Nairobi 23.25 (ora locale = -1) PRIMA NOTTE AFRICANA

Le prime fette di ananas africano. Ora si che posso dire di essere in Africa. Ci hanno accolto all’aeroporto di Nairobi Don Giacomo, Elisa e Suor Noemi. Con due pullmini (si chiama MATATO, il pulmino pubblico) hanno portato noi 12 e i nostri pesanti bagagli a un istituto di Suore Dimesse (italiane) che ci stanno ospitando per la  notte. Un pasto accogliente e una camomilla calda. Si perchè qui, a Nairobi, a luglio fa freddo, e parecchio.
Una camera a testa, con bagno in camera, neanche fossimo in albergo! E’ tutto molto spartano, pulito, ma semplice eppure ai miei occhi sembra una reggia. E’ davvero tutto molto diverso da quanto mi aspettavo.
Dopo una doccia gelida mi ritrovo nel mio letto, sotto una zanzariera bianca che cade dal soffitto a trascorrere da sola la mia prima notte africana. No, forse non sono da sola. Ci sarà di sicuro qualche enorme ragno peloso nascosto da qualche parte (ho una fobia assurda dei ragni). Mi è già parso di vederne uno comparire da sotto la porta. Ma deve essere solo un’impressione. Come al solito ho fatto il mio discorsetto ai ragni dicendo che se loro non si fanno vedere possono stare tranquilli nella mia stessa stanza. Ma forse a questi ragni qua bisogna fare il discorsetto in swaili. Speremo ben….
C’è silenzio, anzi no. Un cane abbaia da qualche parte là fuori e una goccia cade lenta e ripetitiva nel bagno di là.
Questo è tutto quanto ho dell’Africa per oggi.

NAIROBI.
I bambini di Nairobi non salutano come tutti gli altri bambini africani incontrati nei villaggi o nelle scuole. Che strano. Neanche si accorgono della nostra presenza. Ci ignorano come si usa fare in ogni comune metropoli occidentale. Ma il centro di Nairobi è una metropoli occidentale, compresi grattacieli e negozi e boutiques raffinate.
Un’oasi di civiltà consumistica, paradiso di ogni turista che così si sente un po’ a casa, riconoscendo il suo habitat. Finalmente si possono comprare i souvenirs, ce n’è da fare razzia. E i prezzi sono davvero bassi: tamburi e oggetti d’artigianato, collane, borse, mestoli e maschere tribali in serie. Il negozio è preso d’assalto.
La visita in programma è Korogocho, una baraccopoli.
Lasciato il centro alle spalle e dirigendosi verso la periferia di nord ovest, ci si inoltra in una densa e caotica area povera.
Il matato di Mwangi, l’autista del pulmino che ci accompagnerà per la savana in tutto il periodo del soggiorno, si incolonna in un viale intasato di automobili. dice. Mwangi è un uomo sulla quarantina, deve avere una decina di figli a casa che lo aspettano, fare l’autista è il suo lavoro e sembra un tipo affidabile. Ha una risata inconfondibile, ricorda un po’ quella di Eddie Murphy, e parla correntemente l’inglese. Sempre allegro, non fa che ripetere ad ogni occasione “no problem”, poi ride. Ma è molto serio mentre si raccomanda di chiudere bene i finestrini e di non lasciare in vista borse e macchine fotografiche.
I marciapiedi sono affollati di passanti e venditori, la polvere e lo smog rendono l’aria irrespirabile anche all’interno dei veicoli, tanto da far rimpiangere a chiunque le strade sterrate e fangose della savana. L’asfalto qui è dannatamente liscio e noioso e noi siamo fermi in coda.
Ci copriamo la bocca con i fazzoletti, la pelle comincia a coprirsi di una pellicola di polvere marrone. Il caldo è insopportabile. L’alternativa è tra lo smog e il caldo: preferiamo il caldo.
Davanti al finestrino scorrono interminabili file di baracche, banchetti che vendono di tutto, dai divani, alle bare, alla frutta impolverata. Ma l’ingresso vero e proprio di Korogocho è ancora lontano.
La baraccopoli, che non è neanche una delle più grandi di Nairobi, si estende su un terreno di circa 1 km quadrato ed è arrampicata su una collina ai piedi della quale scorrono due fiumi. E’ nata verso la fine degli anni ’70 e attualmente ci vivono, in condizioni di estrema povertà, circa 120 mila persone assiepate. La parola “Korogocho” in shwaili, significa infatti “confusione”. A Nairobi vivono 4 milioni di abitanti. 2 milioni e mezzo di questi vivono nelle baraccopoli. Le baraccopoli occupano il 5% della superficie di Nairobi. Ergo, 2 milioni e mezzo di persone vivono concentrate nel 5% della città. In povertà.
Eccoci. La strada si fa più stretta e dissestata. Spariscono i larghi marciapiedi polverosi e appaiono le fogne a cielo aperto. Alcuni bambini giocano a calcio davanti a delle baracche. La palla cade in mezzo al liquame. E uno di loro, scalzo, velocemente va a recuperarla e la rimette in campo. Cumuli di spazzatura. La strada stessa è un tappeto di fango e rifiuti. Si vende di tutto, i prezzi esposti sono molto più bassi che altrove, scarpe usate, biancheria evidentemente usata, e poi rottami di ogni genere, brandelli di copertoni, frutta e verdura ammaccata, pannocchie abbrustolite sul braciere e persino qualche piccolo pesce annerito dalla fiamma viva. Uomini e donne, ma soprattutto bambini, vestono abiti malconci e sporchi e osservano con curiosità il passaggio di insolite facce bianche. Un gruppo di bambini vocianti rincorre il fuoristrada gridando “how are you?” e salutano con la mano. In città no, ma qui i bambini salutano.
Se si allunga lo sguardo poco sopra i tetti in lamiera delle baracche l’attenzione è attirata dal cielo. Ogni tanto, a lato dalla via principale, si apre un vicolo. E ancora l’occhio cade sul cielo. E’ coperto di nubi azzurro cupo, i colori sono spenti. Ma c’è qualcosa: uno stormo di grandi uccelli sta sorvolando la baraccopoli in un punto preciso. Volano secondo un movimento circolare, poi scendono a terra ad appoggiarsi chissà dove. Man mano che ci si avvicina a destinazione (il centro dei padri comboniani, l’ordine religioso missionario fondato da Daniele Comboni) si capisce che si tratta dei famosi “marabu” di Nairobi, degli enormi animali simili agli avvoltoi, che si possono incontrare spesso anche per le vie del centro, ma che visti sorvolare la baraccopoli rendono lo scenario ancora più inquietante di quanto già non sia di per sé. Si apre uno spiraglio di panorama dietro le baracche, la vista lascia per alcuni istanti senza fiato: una gigantesca discarica si trova proprio adiacente alla baraccopoli. E’ una montagna di rifiuti dalla quale fumano esalazioni sicuramente tossiche. Puzza di bruciato. Lo stormo di marabu si è appollaiato su un albero. Tra i rifiuti si muovono lentamente dei puntini colorati: si tratta di esseri umani, persone che vivono e lavorano dentro la discarica. Grossi camion arrivano sulla cima della collina artificiale e scaricano lì, pagando la mafia che ne gestisce i traffici, tutta la spazzatura proveniente dal centro di Nairobi. Gli abitanti di Korogocho vivono anche di questo. E di quanto dalla discarica riescono poi a rimettere in commercio. Una bambina si avvicina e chiede “what’s your name?”, come ti chiami?. E subito dopo aver ricevuto la risposta, impassibile, dice: “give me 20 shellings!”, dammi 20 scellini!
Vicoli marroni, sporchi. Per terra escrementi in rigagnoli putridi. Odore di bruciato e di fogna. Piove. La strada si trasforma lentamente in un tappeto di fango melmoso. I bambini salutano sull’uscio di una baracca sudicia gridando “jambo!”, ciao. A piedi nudi.

KOROGOCHO

Me ne sono stata in silenzio tutto il tempo a rubare con gli occhi quante più immagini potevo. In certi casi tirare fuori la macchina fotografica non è solo un rischio ma soprattutto una mancanza di rispetto. Non siamo allo zoo o a una mostra. In questa baraccopoli c’è gente che vive tutti i giorni, tutta la vita. Non è un film, è la vita di vera di migliaia di persone, di bambini. Non si fotografa, si simpatizza, si empatizza.
L’angoscia della realtà mi assale. Non sono una persona particolarmente impressionabile o sentimentale, i problemi del terzo mondo sono il mio pane, sono abituata ad analizzare situazioni di povertà, di miseria e di guerra. Ma sui libri le emozioni sono diverse. Non ce la faccio. Scoppio a piangere come un bambino, e me ne esco dalla capanna di legno dove siamo raccolti in attesa di parlare con il sacerdote che opera nella baraccopoli. Singhiozzo in modo imbarazzante, non è da me, ma questa povertà è troppo anche per una giornalista.
Il matato, il pulmino, ripercorre in uscita le vie fangose di Korogocho, con il suo carico di visitatori messi a nudo e in crisi mentre dai finestrini sfilano uno dopo l’altro tutte le povertà dell’Africa causate dall’intervento occidentale.
Mio Dio, continuo a ripetermi, è davvero tutta colpa nostra. Questa povertà serve per nutrire la nostra ricchezza.

AL VILLAGGIO DEI TURKANA

Il villaggio dei Turkana dista circa un’ora di jeep e vento dalla  missione più vicina, Ol Moran, 260 km a Nord di Nairobi. La strada è spesso interrotta da pozze di fango o da grosse porzioni di tubature in cemento (chissà a cosa servono in mezzo alla savana…). La jeep deve spesso uscire dal tracciato per superare gli ostacoli. Nella vegetazione bassa, tipica della savana (il bush) si scorgono qua e là in lontananza delle zebre in piccoli branchi, qualche gazzella e perfino alcune giraffe.
Da togliere il fiato. La jeep prosegue sobbalzando il percorso e tu giri la testa e vedi le giraffe. Pazzesco.
I Turkana vivono nel mezzo di quello che a occhi occidentali appare una sconfinata distesa di nulla. Le capanne dalla pianta circolare con il tetto di paglia a pagoda, una gigante euforbia (una pianta grassa grande come una quercia), e poi i bambini scalzi e le donne in abito tradizionale, con le collane colorate al collo, le orecchie ricoperte di vere di metallo, i tessuti colorati in cui avvolgono il corpo.
Eccola: l’immagine dell’Africa più autentica e allo stesso tempo più stereotipata. Quando da casa un occidentale pensa all’Africa è esattamente questo il quadretto che si stampa nella sua mente. E’ esattamente questo quello che vuole vedere un occidentale che fa un viaggio in Africa, qualsiasi sia il motivo per cui decide di partire.
Conoscenza, si dice. Ma non è solo questo. In valigia ciascuno di noi ha portato insieme a pacchi di medicinali di ogni tipo una buona dose di pregiudizi, di luoghi comuni. E in qualche modo li ha messi a dura prova: uno ad uno si sono sciolti tutti lasciandoci increduli.
Dal divano di casa è questa l’immagine dell’Africa che si ha in mente. Si parte un po’ allo sbaraglio, a mò di novelli esploratori, armati di macchina fotografica e occhiali da sole, convinti di andare in Africa ad aiutare i poveretti. Si vuole fare qualcosa, si pensa di avere ogni soluzione in tasca. Si pensa che basti lasciare qualche monetina, qualche elemosina. L’occidente evoluto va a salvare gli arretrati africani che vivono ancora in capanne di fango.
Ma dal divano di casa non si riesce a cogliere, oltre all’estremo isolamento in cui vivono alcune tribù, il clima di serenità surreale che si respira quando invece dentro il villaggio con le capanne di fango e i bambini scalzi si immergono i piedi e i sensi.
La jeep si ferma poco distante da una delle capanne. Un gruppetto di bambini più nudi che vestiti si avvicina incuriosito, i più coraggiosi porgono la mano ai visitatori bianchi e la stringono dicendo “Jambo”, ciao. Dalle capanne spaziose escono delle donne. Gli uomini sono fuori nella savana con il bestiame. La luce del sole è accecante, rende sbiaditi anche i colori vivaci dei panni stesi al sole.
La Grand mama siede a terra, all’ombra della sua capanna. E’ la donna più anziana del villaggio, avrà pressoché 80 anni. Gli occhi semichiusi, è ormai quasi cieca. I capelli radi e bianchi, la pelle nerissima e rugosa. Alle orecchie pendono pesanti vere metalliche, al collo le immancabili collane tradizionali. In grembo tiene un sacchetto di plastica nero con il pane che le suore di Ol Moran le hanno appena portato. Sua figlia le siede vicino, è venuta insieme a Sister Alice e ai visitatori a far visita alla madre. Lei vive a Ol Moran, la madre lì, in quel villaggio. A piedi ci avrebbe messo una giornata intera per raggiungerlo. Anche lei è una Turkana, veste in modo tradizionale. Al collo, tra le collane di perline, spunta un rosario di plastica. Il suo volto dice che potrebbe avere circa 60 anni. Ma in realtà potrebbero essere molti meno. La conferma arriva quando si presenta la figlia: la nipote, dunque, della Grand mama. Stessi abiti tradizionali, stessi orecchini, stesse collane. Dimostra circa 40 anni ed è già nonna, ci dice.
All’ombra di quella capanna ci sono 5 generazioni di perline e tradizioni.
La Grand Mama indica il grembo come a dire che tutte quelle generazioni di donne provengono da lì. Poi alza le braccia al cielo e inizia una preghiera di benedizione per i suoi ospiti.
“Wageni ni baraka”. Gli ospiti sono una benedizione.
I suoi occhi non possono vedere, o forse vedono solo le nostre ombre. Ma raccoglie intorno a sé le donne presenti, sue ospiti speciali. Chiede di porgerle il palmo della mano. Ci sputa sopra. Poi indica a ciascuno di poggiare la mano sulla propria fronte. Qualcuno si tira indietro. Lei invita ad avvicinarsi. E ripete il rituale con ciascuna donna.
Una speciale benedizione tutta al femminile, spiega.
E rialza le braccia al cielo, e prega e sputa ancora a terra e verso le ombre degli ospiti.
Ringrazia per la visita, che è la sua personale benedizione.
Mentre la jeep si allontana dal villaggio i bambini salutano vocianti con la mano.
La Grand mama resta all’ombra della sua capanna, inconsciamente rinchiusa in uno stereotipo che con uno sputo ha iniziato a cancellare.
Il matato si allontana da Korogocho ma sotto le suole dei nostri scarponi infangati, nei nostri occhi e pure dentro, più in profondità, è rimasto qualche frammento che ha cominciato a farsi spazio e a provocare dubbi sui nostri luoghi comuni, i nostri stereotipi, i nostri pregiudizi.
Qual è la vera povertà africana? Quella di Korogocho o quella del villaggio Turkana?
Di che cosa ha veramente bisogno quel pezzo di Africa che abbiamo incontrato?
Che cosa possiamo fare noi?

13.07.07 PERIFERIA DI NAIROBI

Credo ci sia un’Africa povera bella e un’Africa povera brutta. Troppo banale? Mi spiego. L’Africa delle città e delle loro periferie, così uguali a tutte le periferie povere del mondo a confronto con l’Africa delle capanne di fango e senza acqua. In fondo penso che sia meglio morire di fame e di sete in un villaggio sperduto nella savana, piuttosto che morire di fame e di sete in una anonima periferia di una città africana, così triste, polverosa e senza luce. Qui è così forte il contrasto con il consumismo, qui l’Africa è più povera a causa di una civilizzazione forzata e mai riuscita. Evidentemente non necessaria. Per lo meno non in questa direzione.
Fuori da Nairobi le colline sono verdi. Dalla terra rossa emergono alberi altissimi e piante, erba in abbondanza, foreste equatoriali. Tanto, tanto verde.
Chi l’avrebbe mai immaginata l’Africa verde?
E’ appena trascorsa la stagione delle piogge. Ecco perchè. Presto il sole brucierà il bush nella savana e gli altipiani si tingeranno di giallo.

13.07 07 PRIMO TRAMONTO E STELLATA A OL MORAN -Ol Moran ore 18.30
Una lunga strada sterrata in mezzo al verde. Tutto è sconfinato. L’orizzonte, il cielo, la distesa dell’altopiano che si tinge di rosa. Persone in mezzo alla savana: si fermano e mi fissano da lontano.
“Siate prudenti come serpenti, semplici come colombe” recitava il Vangelo di oggi.
Bello.
ore 22.30
Il cielo. Al buio (vero) vedere il cielo e le stelle. Vederle davvero distribuirsi su tutto lo spazio fino a toccare l’orizzonte, senza lasciare nemmeno uno spazio vuoto. Sopra la testa la via lattea che illumina. Una stella cadente. E silenzio.
Questo sì che è un cielo…

14.07.07 Ol Moran -una serena giornata a Ol Moran – Ore 7

Mi ha svegliato il canto delle suore e il suono dei loro tamburi. E i rumori dell’africa. Wow.
Ore 9
Sotto un’acacia, siedo su una panchina della missione che circonda il tronco dell’albero. C’è il sole, ma l’aria è ancora frizzante e fresca. Tutto è colorato. La terra rossastra, l’erba verde e i fiori che decorano la missione con delicatezza. Tutto è delicato. Tutto è calmo. Io sono serena.
Ore 14.30 partita a calcio Italia-Kenya
Un gruppetto di ragazzini gioca con noi. A piedi nudi. C’è un bambino che ha sei dita sui piedi. Io indosso un pareo sopra i pantaloni, per rispetto della cultura locale che vuole le donne con la gonna. Chissà se vogliono le donne con la gonna sopra i pantaloni che giocano a calcio… mah…
Era dalla elementari che non  giocavo a calcio!!
bello…
bravi, cavolo…
io no tanto…ma non credo sia importante…

14.07.07 Ore 23.15 Ol Moran – Benessere di fango

Sono a letto. La schiena appoggiata al muro freddo. I piedi che penzolando fuori dal materasso.
Sui letti a castello della camerata delle ragazze si parla, si riflette.
Prima ho notato ad alta voce: “quanto è buona l’acqua in Africa” e mi sono sentita rovescia. L’acqua: buona. In Africa?
E’ che qui è tutto così confortevole. Semplice, spartano, ma confortevole. Non abbiamo nulla di ciò che ci sembra necessario avere a casa. Eppure non ci manca niente. Bagni e docce (fredde), cibo semplice ma abbondante, tanto che devo prendere porzioni ridotte per mangiare normalmente. Un letto pulito. Santo cielo, è da mesi che non dormo così bene…
Eppure mi sento a disagio anche per questo letto morbido e per il nostro bagno in comune, rispetto alle capanne di fango e ai bambini scalzi che ho visto poche ore fa.
Compassione e pietismo sterile, lo so.
Eppure il nostro mondo è così. Sono venuta in Africa senza nulla. Senza i miei vestiti, senza i miei trucchi, le mie collane, il mio pc e le mie bellissime penne. Ma per quanto io cerchi di abbassare la soglia di civilizzazione e di comfort sarà sempre troppo. Io mi sento occidentale, sono occidentale. Anche senza trucco e senza abiti alla moda. Sul comodino ho una borsa piena di medicinali e la pancia piena. In qualche modo la mia prima impressione di fronte a questa gente è di colpevolezza.
Mi sento colpevole del mio di più. Perchè mai quanto adesso è evidente che quel di più è davvero superfluo. Qui ho tutto ciò di cui ho bisogno per stare bene. Ed è infinitamente meno di quanto ho a casa, in Italia e comunque infintamente di più di quanto ha questa gente. Che pure sorride sempre. Serve una nuova definizione per la parole “benessere”. Parola difficile da definire.
Il mio benessere a casa è basato su tante, troppe cose in più rispetto al mio benessere qui.
E qui io sto bene, davvero. E’ come se in qualche modo il mio di più fosse proprio quella stessa quantità di benessere che qui manca. In realtà non avrebbero bisogno della playstation e neppure degli abiti firmati. Basterebbe quella borsa di medicinali che io ho sul comodino, o questo letto pulito, o quel bagno in cui mi sono appena lavata i denti, o quella cena semplice ma abbondante che io ho appena fatto…
Sembra banale ma non mi stancherò mai di urlarlo contro i mulini a vento: c’è bisogno di una redistribuzione delle risorse mondiali. I paesi del terzo mondo hanno bisogno di qualcosa di più.
E noi dobbiamo necessariamente pensare a privarci di qualcosa.
Già, di cosa siamo disposti a privarci?
Non le conquiste in campo di diritti umani, non il progresso scientifico che ci permette di curare le malattie e di comunicare con i nostri cari lontani. Non gli strumenti che rendono possibile la democrazia…
Di che cosa, allora?

15.07.07 Ol Moran ore 9

messa africana -Mi godo il vento in faccia.
Il vento africano della savana
In faccia.
E sorrido.

Come potrò frequentare ora una normale messa a Mestre? Magari quella della sera, con una vecchia stonata che suona l’organo e conosce solo canti tristi… Con che spirito?
Questa si che è vera preghiera cantata, danzata. Sentita nel profondo delle viscere come quel tamburo.
Ho sempre sognato di vedere e sentire tutto questo…
E poi il ritmo… cosa c’è dentro quel ritmo che mi rapisce tanto?
Accidenti…
Si danza, si canta, e ancora si danza. Si danza davanti all’altare. Si tiene il tempo con la testa, con il corpo, con le mani… E la musica è come un’autostrada per la preghiera che sale velocemente al cielo, gioiosa e profonda, vera.
Questa si che era una messa, una festa per Dio e per noi insieme a Lui.

Quella malattia: l’AIDS

Stanno facendo il bagno tutti nudi i piccoli ospiti del Thalita kum, una casa di accoglienza per bambini orfani malati di Aids. Dai loro lettini a castello sfrecciano nei bagni comuni ridendo e gridando tra di loro. Alcuni hanno una brutta tosse, altri sono solo un po’ smunti. Hanno voglia di giocare. Thalita kum è una bella struttura recente, con un ampio prato centrale, tutt’intorno all’edificio diviso in diverse unità-famiglia con una “mamy” di riferimento per ciascuna. Arrivano qui quei bambini che nonostante gli sforzi dei missionari non si riescono ad affidare proprio a nessuno: Thalita kum è l’ultima spiaggia. Arrivano malnutriti e con problemi respiratori. La prima fase dell’accoglienza è quella “ricostituente”. Poi si fa il possibile per mantenerli in vita il più a lungo possibile. Ed è una lotta molto dura perché, si sa, l’aids colpisce il sistema immunitario: una semplice varicella l’anno scorso ha ucciso tre di questi bambini in una settimana. Ci sono numerose altre strutture simili in Kenya, molte delle quali hanno un piccolo cimitero incorporato: “Siamo fiduciosi nei farmaci –spiega Claudia, una padovana laica volontaria della struttura – alcuni di questi bambini sono qui da 10 anni e stanno bene. Ma questi per ora sono tutti bambini destinati a morire. Posso solo garantire che non è mai morto un bambino a Thalita kum senza fare un miracolo”. Una delle mamy ci accoglie mentre alcuni bambini, gli ultimi arrivati, giocano con gli ospiti. E’ morbida, bella e sorridente: “Niente facce tristi – ci rimprovera – qui a Thalita kum i grandi devono sorridere sempre”.

Sono in tanti qui ad avere “quella malattia”. Ci raccomandano che evitiamo di pronunciare la parola Aids davanti ai malati perché è ancora un taboo esserne contagiati. “Non vogliono che si sappia in giro – ha spiegato Sister Alice, una delle suore che operano ad Ol Moran – all’inizio non lo sapevamo neanche noi che fosse così tanto diffusa. Avremmo dovuto saperlo se non altro per proteggerci meglio. Nel 2002 una ragazza madre partorì una bambina. Era malata di Aids e dopo 6 mesi quella bambina morì. Se lo avessimo saputo avremmo fatto in tempo a salvarla”. Si perché non è detto che i figli di una madre malata di Aids siano necessariamente contagiati. “Entro le 24 ore si può evitare il contagio – spiega – evitando il contatto con il sangue e con il latte materno. Il governo distribuisce gratuitamente i farmaci retrovirali, si può fare molto, il problema è che l’aids è ancora un forte taboo. I malati sono ghettizzati. In Kenya nel 2005 è stato stimato che  il 6,7% della popolazione era affetto dal virus HIV”.
Già nel 1999 il governo definì l’AIDS un disastro per la nazione ed un’emergenza sanitaria. Nelle aree urbane il 10% delle donne incinta ha l’HIV. Le donne tra i 15 e i 24 anni di età hanno il doppio delle possibilità di contrarre il virus rispetto ad un uomo della stessa età. L’Aids ha ucciso 2.1 milioni di persone solo nel 2006. Questa malattia colpisce i più poveri. La conseguenza più grave è l’aumento dei bambini orfani. Nel 2010 si stima che il numero dei bambini abbandonati arriverà fino 18 milioni. La massiccia presenza del virus HIV causa anche una diminuzione del PIL dei paesi più colpiti. Piccole attività economiche si fermano improvvisamente per le altrettanto improvvise morti. Si potrebbe prevenire e curare l’AIDS, ma gli aiuti economici, anche se indispensabili, non sono sufficienti. Intorno a coloro che hanno contratto il virus c’è terra bruciata, vengono ripudiati e allontanati dalla propria comunità. Chi è in fila per ricevere le cure antiretrovirali (che il governo distribuisce gratuitamente) si vergogna. Paura ed ignoranza accompagnano la malattia. Ogni giorno in Africa: 5,500 persone vengono uccise dall’AIDS e 7.700 vengono infettate. 1.400 bambini appena nati sono sieropositivi, per il latte che ricevono dalla madre.

Disabili: da bestie a persone

Alcuni sono nati senza gambe e camminano poggiandosi sulle braccia e trascinando il busto per terra, altri al posto delle gambe hanno dei moncherini immobili, altri ancora sono sulle sedie a rotelle, o ritardati mentali. Una bambina nata con il braccio “cucito” sull’avambraccio sta facendo riabilitazione dopo l’operazione che l’ha riportata alla normalità. C’è un bambino con un cranio grande il doppio di uno normale. Raccontano di un bambino nato con una mano sulla pancia. Nella casa di accoglienza di Ol Kalou  vivono un’ ottantina circa di bambini disabili. Lì vicino c’è una scuola materna statale frequentata insieme da bambini disabili e non. A dir la verità visti da lontano i bambini sembrano tutti belli uguali, nelle loro divise verdi e rosse. Ma è avvicinandosi che ci si accorge che tra i giochi e le canzoni e gli scivoli alcuni dei bambini sono colpiti da forti, gravi disabilità. Tra le cause delle loro tante e gravi disabilità anche l’utilizzo di certi medicinali o le vaccinazioni, magari fatte dalle madri durante la gravidanza. Alcuni sono qui portati dai nonni, molti altri li trovano i sacerdoti o le sisters nelle campagne.  Il primo fu Thomas. “Un giorno andai a benedire le case. Una donna mi fece benedire ogni cosa, ogni stanza, ogni animale, tutto. Tranne una stanza che rimase chiusa: l’unica cosa in quella casa che non mi aveva chiesto di benedire. Strano, mi dissi. Sentii un rumore e entrai di nascosto per vedere. Un fortissimo odore, poi mi accorsi che c’era un uomo nudo, nel suo stesso sporco. Era un ragazzo disabile. Dissi alla donna: “perché non mi hai fatto benedire questa creatura?”. “Ah perché si può?” rispose lei. “E’ battezzato?” chiesi? “si puo?” rispose nuovamente lei. Lo battezzai, si chiamava Thomas e scoprii che quel ragazzo era nato lo stesso anno e mese in cui ero nato io. Dissi alla donna: “lo sa che anche mia madre aspettava un figlio mentre lo stava aspettando lei?”. “si ma la vedi la differenza” disse lei, riferendosi alla disabilità del ragazzo>. Arrivato in Kenya nel 1997 dalla diocesi di Padova, don Gabriele Pipinato, giovane e sportivo, era cappellano di don Luigi (l’attuale vescovo), che allora era parroco a Nyahururu. “Quella notte – racconta – non ho dormito: pensavo a Thomas. Tornai presto a trovarlo, e chiamai con me altre 11 persone. Tutte rimasero molto impressionate nel vedere come viveva questo povero ragazzo. Altro che corsi di formazione, il Signore ha scelto i poveri per cambiare il nostro cuore. Poco dopo quella visita mi dissero che Thomas era morto. E io credo che sia morto solo dopo aver svolto la sua missione, che era quella di cambiare il nostro cuore”.

La colonizzazione, le drammatiche conseguenze
La storia sembra addirittura banale: un continente inesplorato che vive nel suo equilibrio, secondo dei tempi di sviluppo propri, arriva l’uomo bianco, impone la sua civiltà, i suoi ritmi i suoi schemi, andando a infrangere quell’equilibrio che era rimasto stabile per secoli, provocando fratture profonde nella cultura e nella società di quella terra. Dai nativi americani  agli africani il copione è sempre lo stesso: i nativi sono costretti a combattere, a soccombere, a spostarsi, a vedere compromessa la propria sopravvivenza. E se i nativi americani lentamente perirono, perdendo la principale fonte di sostentamento (il bufalo) a causa dell’avvento della ferrovia e dei bracconieri, gli africani che cacciavano nell’altopiano fertile di North Kinangopo furono costretti, per fuggire ai coloni, ad addentrarsi nella savana, dove il clima era meno mite, la terra meno fertile, l’acqua più rara da trovare.
Ma non è tutto. Il colonialismo europeo non sarebbe stato tanto dannoso per il continente africano se non avesse oltremodo compromesso le strutture sociali tradizionali, se non fosse intervenuto a modificare profondamente la cultura africana nelle sue istituzioni familiari. Un esempio drammatico delle conseguenze di questa intromissione è la diffusione del suicidio.
Nella zona di North Kinangop è una piaga sociale. E tutto perché nella cultura africana non è diffusa l’abitudine al dialogo diretto. Tradizionalmente i problemi relazionali tra le persone venivano gestiti attraverso la relazione intermedia. “L’impressione è che questa gente non è abituata ad esprimere quello che sente –spiega don Sandro- Quando viene rotta una relazione umana è irrecuperabile. Se hanno un problema con una persona non lo risolvono parlando con lei, ma rivolgendosi a qualche persona a lei vicina che fa da mediatore. Questo però è un sistema che funziona finchè è forte il legame di parentela e con la famiglie e la tribù di origine. Venuto a mancare questo, a causa dell’urbanizzazione e degli spostamenti dovuti alla fine della colonizzazione, è venuto a mancare il sistema per la soluzione dei problemi e si è sviluppato il suicidio”.
All’origine della maggior parte dei problemi del continente africano c’è per forza di cose la colonizzazione. Alcune popolazioni per secoli hanno vissuto in schiavitù, hanno perso il senso della progettualità, gli è stato sottratto il futuro. Generazioni che non hanno mai conosciuto la libertà, ma neppure le antiche tradizioni dei loro antenati, si trovano ora a dover gestire problematiche enormi. Una spiacevole eredità che l’occidente ha lasciato e che in qualche modo ora è chiamata a riprendersi come responsabilità.
Possibilmente senza ripetere gli errori del passato.
Cioè a partire dal profondo rispetto della cultura africana.

Le parole devono scorrere dentro -Ore 22.30 Ol Moran

La sensazione è di disagio. Mi sento inopportuna. Come se ci fosse qualcosa di non sincronizzato con la realtà.  Sono qui per il reportage, prima di tutto. E’ per questo che sono qui, è per questo che ci sono io, qui, adesso. Ma non è esattamente così. Non è solo lavoro, non sono qui solo per scrivere, ma per testimoniare. Ed è diverso.
E’ anche un’esperienza personale e spirituale. Ho l’impressione che non sarei in grado di scrivere una sola parola se non lasciassi scorrere questa esperienza dentro. Non mi sento all’altezza di questo incarico, non lo sarei mai se non fossi solo uno strumento.
Ok mi faccio strumento. Lascerò passare tutto come il fiato nelle cavità di un flauto.
Sensazione di disagio, perchè l’Africa ti mette a nudo.
E io  non riesco ad essere spensierata. Su di me pesano pensieri, ragionamenti, preoccupazioni.
E ricordi.
Devo ancora lasciarmi andare, devo ancora lasciare che il mio terreno assorba.
Ho bisogno di tempo.
Persino in Africa.

16.07.07 Ol Moran- Africa del paradosso

Alba frizzante.
Tutto risuona del canto giallo delle sisters.
Il suono del tamburo risveglia la mia anima
E la richiama.
Alba africana
E’ silenzio e musica
È luce modesta
È ringraziare Dio per il nuovo giorno
“sono ancora vivo, grazie”
Africa del paradosso
Africa dell’acqua buona
Africa dell’aria fredda
Africa colorata di fiori
E di verde
Il cellulare che prende nel mezzo della savana.

18.7.07 Tabor Hill (Nyahururu) – Occidentale

In Africa con il pile davanti al caminetto scoppiettante.
Stiamo chiacchierando nel salottino, comodamente in poltrona, dopo una cena abbondante.
I bambini del Talitakum (casa per orfani malati di aids) oggi pomeriggio avevano le manine fredde e leggere come cartoncino.
Noi siamo qui in questo posto splendido, tra fiori, palme e erbetta verde, a fare i coloni inglesi.
Pioggia, freddo, cibo abbondante, acqua. Il Tabor Hill è un posto meraviglioso. Un paradiso per l’anima, ristoro spirituale. Ed è a questo che serve.
Lì fuori le baracche, mentre io dormo sempre con quella borsa piena di medicine sul comodino. Così mia mamma può stare tranquilla.
Il contrasto è spiazzante proprio in queste situazioni. Mi rendo conto che non sono l’unica ad avvertire questo disagio.
Rimaniamo sempre e comunque degli occidentali. Crediamo di venire qui per fare qualcosa, per dare qualcosa. Come se fossimo degli eroi o dei salvatori.
Questa terra ha davvero bisogno di noi? Certo siamo in debito. Ma non è così semplice. Prima abbiamo bisogno noi di imparare. Di capire, di osservare se non altro. Siamo occidentali. Abbiamo bisogno di una doccia calda e di una tavoletta del cesso per sentirci bene. Possibilmente di un caffè ben fatto e del cellulare che prende discretamente.
Anche se indosso ipocritamente un pareo resto sempre e comunque occidentale.
Anzi, sono anche un pò finta, perchè nell’armadio di casa ci sono tanti pantaloni e minigonne.
Sono occidentale fino in fondo. E’ così. Non è né giusto né sbagliato. E’ quello che sono. Non posso capire cosa significa vivere qui, né è detto che io debba per forza capire o sapere tutto.
Tutto quello che sto vivendo è solo un grande regalo. Un enorme e gratuito regalo per l’anima.
L’Africa sta rovesciando tutte le mie prospettive per riordinare ogni cosa secondo una nuova scala di valori. Quello che ora mi preme capire è: qual è adesso la mia priorità?

18.7.07 Tabor Hill (Nyahururu) – TG1 dal Kenya…

Che strano guardare il tg1 qui. I problemi dell’Italia sembrano così piccoli rispetto a tutta questa vastità. Così distanti, così miseri rispetto a quelli che l’Africa ti sbatte in faccia ogni giorno. E quelli che passa il tg1 sarebbero i nostri veri problemi?Santo cielo!
Non sappiamo più nemmeno cosa significa la parola “problema”…

18.7.07 Ore 22.40 Tabor Hill (Nyahururu)

Una settimana in Africa. Ma siamo davvero in Africa? Che strano pensare di poter camminare in mezzo alla savana, da sola e sentirmi sicura. Tranquilla. Non in pericolo.
Fantastico. Esco dalla missione, al tramonto e cammino verso l’orizzonte. Da sola. Anzi no, con il mio block notes e i miei pensieri che arrivano lontano, oltre quella strada, oltre quei cespugli laggiù… Nessun pericolo.
O di certo meno che a Mestre, al parcheggio della Coop in cui passo ogni sera.
L’Africa è davvero sorprendente. Riuscirà a cambiare le mie prospettive, i miei pregiudizi e le mie rigidità? Mi basterebbe riuscisse a cambiare me. Dentro.
Mi sento che sono qui per un motivo. Per capire cosa fare della mia vita, sono qui per cercare risposte a partire dalla mia disponibilità a lasciarmi provocare nel profondo.
Per il momento sto raccogliendo solo tante, tantissime nuove domande.

21.07.07 Ol Moran – Pensieri –

Il vento in faccia
respiro della terra
adoro sentirlo soffiare
tra i capelli.
Ad occhi chiusi.
Il vento in faccia
Nella terra d’Africa
mi pare il respiro caldo
di Dio
sulla mia pelle.

*
I tramonti di questa terra
sono dolci e fugaci.
Come un bacio.
Furtivi
Ma riempiono gli occhi.

Ai confini del KENYA: Isiolo

Allontanandosi da Nyahururu in direzione del Monte Kenya si attraversa un paesaggio molto verde. Colline, alture dai profili strani, addirittura buffi, a volte. Colli isolati con un’antenna per i cellulari sulla cima, oppure ampie distese di piantagioni di caffè, thè o mais bianco.
Il Monte Kenya è la più alta montagna del Kenya, la seconda dell’Africa dopo il Kilimangiaro (raggiunge i 5mila metri di altezza!). Purtroppo la cima è ricoperta di nubi spesse, altrimenti si vedrebbe persino la neve decorare le sue vette.
Il Monte Kenya è un monte solitario. Le sue pendici, molto fertili, sono ricoperte di coltivazioni sconfinate. Tutte proprietà delle multinazionali occidentali, ovviamente. Ai kenioti sono riservati i marciapiedi polverosi ai margini della strada asfaltata, in cui scorrono in continuazione camion che sputano scarico nero e pulmini ricolmi di gente aggrappata alla meglio.
Direzione Nyeri, a circa 100Km da Nyahururu. Immerso tra le piantagioni di caffè si trova un sacrario militare italiano con la tomba di Amedeo di Savoia, Terzo Duca D’Aosta. Durante la Seconda Guerra Mondiale, gli inglesi crearono a Nyeri un campo di concentramento. Numerosi furono gli italiani fatti prigionieri in Somalia ed Etiopia che vennero imprigionati e costretti alla costruzione di strade. Si racconta che un gruppo di veneti sia riuscito a fuggire dal campo per tentare di scalare il Monte Kenya; riacciuffati dagli inglesi e messi in isolamento, dichiararono che “una bella scalata vale un po’ di prigione”.
Ma a Nyeri, che è una cittadina polverosa e trafficata, che si estende su dei colli, visse gli ultimi anni della sua vita anche Robert Baden-Powell, fondatore del movimento scout. E’ sepolto insieme alla moglie in un cimitero spettrale, tra vecchie tombe dimenticate immerse tra i rovi.
Il paesaggio si trasforma non appena si scende sulla lunga strada tortuosa verso Isiolo. Si intravedono ampie chiazze gialle di deserto. E colli rotondi che sembrano il dorso di grossi mammiferi al pascolo nella savana. Fa caldo.
Isiolo è una cittadina a 225 km da Nyahururu, sulla strada che porta in Somalia. Sulla strada principale sfrecciano spesso grossi camion pieni di militari che vanno al confine, alto è il tasso di criminalità dovuto al traffico d’armi illegale. L’80% della popolazione di questa zona del Kenya è islamica: alcune donne camminano al bordo della strada con il chador, e subito un gruppetto di bambini di strada si avvicina. Si avverte una strana sensazione di disagio: siamo lontani dalla serenità quasi bucolica di Ol Moran. Anche il paesaggio sembra rispecchiare il clima diffidente che si respira in città: è brullo, polveroso. Al tramonto si alza un vento caldo che viene dal deserto poco lontano e che continua a soffiare forte per tutta la notte.
All’alba, anzi, prima ancora che sorga il sole, nel buio si sente cantare il muezzin che intona le sue lodi al cielo. Ma la città è silenziosa e immobile. Il coprifuoco termina alle 6 del mattino, quando i militari riaprono il passaggio della strada e l’uscita dalla città verso il deserto. Si teme che di notte possano esserci agguati alle auto lungo quella via che porta al confine. Appena fuori dalla città, mentre l’alba africana colora il cielo di rosa e arancione, si possono incontrare squadre di  militari in divisa nera che marciano lungo la strada bianca e sassosa.

24.7.07 ore 5.00 Isiolo (Kenya) -ALBA AFRICANA IN DIRETTA
Sveglia alle 4.20 stamattina. Ma non sarei rimasta in quella camera lurida un’ora di più. E per di più avevamo il bagno senza porta. Vabbè.
Siamo in attesa davanti a un posto di blocco.
Un muezzin canta nella notte la sua lode al cielo. “Allah è grande!” canta. Qualche gallo lo accompagna. Sapore di paesi lontani. Voglio andare in Medio Oriente, un giorno. A casa…
ore 5.30
Il canto di lode sale nel deserto ventoso. Anche la mia lode, nel silenzio della stellata che precede l’alba.
Una tenue luce azzurra sta irradiando la savana a est. Lento si delinea il profilo dell’orizzonte e dei monti. Qualche stella luccica ancora, discreta.
ore 5.40
Passaggio di camion di soldati silenziosi diretti al confine.
Delle ombre snelle nel buio della strada: sono bambini che si incamminano per andare a scuola (alle 5.40 del mattino??????)
I galli cantano più energicamente. Avvertono l’arrivare del sole.
Blindati nella nostra jeep attendiamo come in un sogno che sorga il sole.
Fuori soffia un vento caldo.
Un ragazzino ci fissa incuriosito mentre ci appisoliamo nell’attesa che aprano il posto di blocco: non si può uscire dalla città prima delle 6. C’è rischio di incappare in qualche agguato…
Un’alba azzurra sui campi aridi ai piedi dei monti dai profili bizzarri.
Una luce lontana lancia un qualche segnale. Poi si spegne.
Un’alba rosa sta colorando una fetta di cielo oltre gli alberi.
Come uno specchio per l’alba: è ora che smetta di parlare e che cominci a riflettere l’acquerello di rosa che sta tingendo l’orizzonte.
ore 6.00
Si passa il blocco.
Una macchia nera si muove a lato della strada: militari che marciano.
Pastelli di azzurro a ovest. Le acacie ritagliano il loro profilo.
Scrivo a fatica. Si sobbalza da far mancare il fiato.
Il vento ha levigato per tutta la notte la strada polverosa e ha trasformato i sassi bianchi in onde orizzontali.
Blu
e poi azzurro
e poi rosa
e poi soffi di rosso sulle nuvole
e poi polvere sulla strada
senza sonno
e senza fiato.

24.7.07 ore 12.30 Samburu National Park (Kenya)

Pic nic tra gli elefanti – Il safari al Samburu National Park

Lo so che sembra impossibile ma in questo preciso momento sto seduta su un tronco in riva al “Brown River”, fiume millenario che scorre in mezzo al Samburu National Park, particolarmente affollato di coccodrilli e sto addentando un panino con la mortadella mentre a poche decine di metri da me c’è una famigliola di gentili elefanti.
Tutti i giorni pic nic tra gli elefanti, no?
Ebbene: la nostra guida ci ha fatto sostare proprio qui, in questa macchia di verde in riva al fiume. Qualcuno prima di noi deve aver acceso un fuoco. Fuori pane, formaggio e salumi vari, tutti a fare panini…

E poi fette di papaia giganti da mangiare con le mani, anzi con la bocca…
Molto poco fine, mi piace!
Ora però scappo perché stanno arrivando gli elefanti…

Andare in un parco naturale all’alba, con jeep e cannocchiali, macchina fotografica e cappellino da sole è una sorta di must per ogni occidentale che faccia visita in Kenya. E’ il safari, oltre alle spiagge sulla costa, uno dei luoghi più turistici e bazzicati dai bianchi. 30 euro a testa di biglietto di ingresso. Una guida locale accompagna le jeep nei vari percorsi tracciati nel parco. Poi nel silenzio si sente il rombo di un altro motore e tra gli arbusti si scorgono altre tre o quattro jeep parcheggiate: deve esserci qualche animale da fotografare. Santo cielo: ci sono giapponesi pure qui!
Così tutti in coda, un po’ come a Gardaland, per immortalare la leonessa che riposa all’ombra o una zebra solitaria, le gazzelle, le giraffe o un branco di facoceri o di babbuini. Bello vedere gli animali della savana liberi nel loro habitat. Emozionante poter fare un pic nic in riva al “Brown River”, fiume millenario che scorre in mezzo al Samburu National Park, affollato di grossi coccodrilli, e addentare un panino con la mortadella a pochi metri di distanza da una famiglia di elefanti mentre la guida fa la guardia imbracciando un fucile. Dato che lui è nato lì e i suoi antenati vivono in quella valle da secoli, il giovane uomo samburu che ci fa da guida, si avvicina alla riva del fiume, immerge le mani nell’acqua torbida e marrone del fiume e beve un sorso abbondante davanti allo sgomento dei turisti che accompagna e che stanno addentando panini e favolose fette di papaia con le mani. Un solo sorso di quell’acqua e un comune fisico occidentale rischierebbe chissà quali infezioni. Ma la gente di questa terra ha sviluppato gli anticorpi necessari per sopravvivere nel suo habitat. Beve acqua da fiumi torbidi e pozze poco limpide, servendosi per lo più di grosse taniche di plastica. Lungo la strada ne abbiamo incontrati a centinaia, donne o ragazzi che trasportavano l’acqua con biciclette o carretti trainati da asini, o portando la tanica sulla testa.
Le condizioni igieniche a cui questa gente è abituata sono davvero terrificanti rispetto al comfort e alle delicatezze a cui siamo abituati invece noi. Hanno fisici incredibilmente resistenti. Sono forti.
E dato che i turisti non lo sono altrettanto il Samburu National Park ha pensato bene di provvedere a disseminare il parco di “Lodge”, delle splendide oasi in perfetto stile africano, con negozi di souvenir, bar con terrazza per i coctails con veduta sul fiume e sui coccodrilli, ristorante elegantissimo, e volendo anche bellissime dependance, sempre in stile, il cui prezzo per notte è “solo” di 250 euro. Per l’ebbrezza di dormire a pochi metri (elettrificati) da leoni e elefanti. D’altronde è questo ciò che cercano i turisti occidentali in Kenya: emozioni forti, quelle che pubblicizzano nei depliant di viaggio.
Appena fuori dall’entrata del parco un villaggio Samburu, con le tradizionali capanne di fango dal tetto a cupola e bambini in abito tradizionale che posano per le foto dei turisti estasiati. Foto a pagamento si intende.
A parte gli animali, tutto è molto finto, di plastica, come la struttura che indica l’ingresso del parco, marrone a macchie bianche, come fosse una giraffa. Cose che piacciono ai turisti.
Ma il nostro non è un viaggio da turisti, per fortuna.
E il safari è stato dichiarato generalmente da tutti i membri del gruppo l’esperienza meno emozionante, seppur straordinaria, dell’intero viaggio.
Le emozioni forti sono state ben altre, dettate più che dall’incontro con gli animali della savana, dall’incontro con le persone della savana.

Tappa al mercato

Prima di lasciare la strada asfaltata e di addentrarci nella savana in direzione Ol Moran, una breve tappa al mercato di Kinamba. Il gruppo scende dal matato per sgranchirsi un po’ e gli occhi dell’intera cittadina si rivolgono a noi, alla nostra pelle bianca, ai nostri indumenti insoliti. Il sole è a picco e rende i colori pomeridiani accesi e vivaci: turchese, verde, giallo. E il rosso della terra.
Ad un albero lì vicino sono appese delle taniche in plastica vuote: servono per andare a prendere l’acqua al pozzo. Esposti ordinatamente sulle bancarelle di legno ci sono i prodotti in vendita: carote, patate, cavoli, papaia, mango e banane, tante banane ancora attaccate all’intero casco. Qualcuno vende del carbone e delle scarpe apparentemente non nuove. Tutto si ferma, gli occhi curiosi puntati sullo straniero. I bambini incuriositi si avvicinano e salutano porgendo a ciascuno la manina gelida e appiccicaticcia.
L’insegna “Bakery” (macelleria) è dipinta sulla parete rossa. Tutte le macellerie che incontriamo sono dipinte sia fuori che dentro di un rosso cupo. Viene da pensare che forse è per coprire le macchie di sangue, considerate le condizioni igieniche non c’è da stupirsi. In vetrina sono esposti i pezzi di carne in vendita appesi per dei ganci. Per lo più si tratta di bovini, che pascolano numerosi nelle campagne. E non esistono frigoriferi. Il macellaio prende un seghetto e direttamente dal trancio appeso taglia il pezzo di carne richiesto. Poi lo appoggia su un ceppo e con il coltello e le mani nude lo spezzetta in parti più piccole. Non indossa alcun grembiule o cappello igienico. Mette la carne su una vecchia bilancia con i pesi, poi dentro un sacchetto di leggera plastica nera. Poi avvolge tutto nella carta di un giornale e lo consegna in mano al cliente. Un chilo di carne costa circa un euro e cinquanta centesimi, ed è tanto per questa gente dato che se uno è fortunato e fa l’operaio prende 89 euro al mese circa. La verdura abbonda, come la frutta, ma chi possiede animali  possiede vera ricchezza.

Nelle scuole

Alcuni si incamminano all’alba da casa. Da soli, in mano solo la ciotola per la mensa.
Bambini così piccoli, a scuola da soli, percorrendo magari chilometri in mezzo alla savana? Già.
Altri (ma rari) vengono accompagnati dai genitori, dal papà per lo più nel sedile posteriore della bicicletta. Asciutti e slanciati, i lineamenti bellissimi, indossano tutti la divisa, di colore diverso a seconda della scuola di appartenenza. Rigorosamente pantaloncini per i maschi, gonnellina per le femmine. Per qualsiasi età. I più grandi osservano da lontano, ma i più piccoli corrono verso il cancello della scuola (lì dove ce n’è uno) o verso la strada, morendo dalla curiosità di salutare i visitatori bianchi, accalcandosi e spingendosi per conquistare la prima fila.
“Take a picture!”, fai una foto, gridano mangiandosi un po’ le parole inglesi i bambini che ci circondano fuori nel cortile della scuola. Impazziscono nel riconoscersi sul monitor delle fotocamere digitali. Ed esclamano, ridendo: “Mimi! Mimi!” Sono io!.
In ogni scuola il copione è lo stesso: i visitatori al centro che sorridono, stringono le mani e si lasciano toccare i capelli e uno stuolo di bambini dalle divise colorate e le teste ricciolute rasate che si spingono e saziano le loro curiosità. Le scuole delle campagne italiane agli inizi del ‘900 non dovevano essere molto diverse da quelle keniote, eppure muove sempre un po’ a compassione vedere i bambini scalzi, con le divise scolastiche bucate e impolverate da chissà quanto tempo. I più fortunati le scarpe le hanno, magari senza suola, o senza punta, non importa. Ma non serve avere le scarpe per sorridere, evidentemente.
Nelle scuole di città è molto diverso, nonostante la scuola sia pubblica e gratuita in tutto il paese. Nella scuola keniota si riflette la società africana, fatta di povertà e di contrasti, ma anche di riscatto e di entusiasmi. Il futuro del Kenya, come quello dell’Africa, e in realtà come quello di ogni paese al mondo, passa direttamente per il mondo della scuola, come fosse una tappa obbligata.
A casa di Macharia e di Johnny

Macharia ha 22 anni ed è un po’ il Fiorello della situazione. E’ un giovane vivace, iperattivo, simpaticissimo. Da 6 anni è il leader dei giovani di Ol Moran. Invita gli ospiti veneziani a visitare la sua casa: “Vi voglio mostrare una tipica abitazione Kikuyu” dice con orgoglio. Pochi minuti dalla missione, lungo una strada che si inoltra nella savana c’è un cortile, campi coltivati di mais, fiori coloratissimi, una staccionata di legno. La sua casa è di fango, ovviamente, i muri, il pavimento: fango rosso e lamiera. Nella tradizione Kikuyu i figli maschi, una volta diventati grandi, vivono in una casetta separata dai genitori, sebbene sempre nello stesso cortile. Una sorta di dependance in cui Macharia ha la sua cameretta di fianco a quella del fratello. Con orgoglio presenta i suoi ospiti al padre, un insegnante in pensione, poi tira fuori gli album fotografici. Tra gli scatti anche le foto ricordo con i gruppi di visitatori degli anni passati. Alle pareti sono appesi vecchi poster e calendari datati. Foto di famiglia in cornice. Macharia è felice: “non ho mai avuto così tanti ospiti a casa mia!”. Chiede a ciascuno di lasciare un pensiero sulla sua agenda. Poi una foto ricordo tutti insieme. Sono presenti anche Johnny e Duncan, due suoi amici. Johnny insiste perché facciamo visita anche alla sua di casa, non molto lontano: “Casa mia non è bella come quella di Macharia!” dice. Vive con il fratello maggiore in una baracca minuscola in mezzo a un campo di mais, ma ci tiene ugualmente che vi facciamo visita: vuole mostrare in realtà il dipinto che ha appeso sopra il divano. “L’ho fatto io –dice- è un dipinto contro la guerra. Io vorrei fare l’artista”.
Johnny, Duncan e Macharia riaccompagnano il gruppo alla missione, usando una scorciatoia in mezzo al bush e ai pastori che portano al pascolo le vacche. E’ l’ora del tramonto, a Venezia si direbbe l’ora dello spritz o dell’aperitivo, e un gruppo di giovani kenioti e veneziani cammina indisturbato per la savana.
Nessuna preoccupazione per la sicurezza, per qualche animale feroce, neppure per i serpenti o le zanzare (che, a dir la verità, a 2000 metri non sono poi così numerose…). Si passeggia insieme, ridendo e scherzando, saltando le staccionate e lasciando che il tempo passi.
Si parla, ci si confronta, ci si dimentica di essere da soli, in mezzo alla savana, ci si dimentica di essere in ritardo. Quasi quasi si rischia di dimenticarsi che Macharia vive in una casa di fango e Johnny in una baracca in mezzo a un campo di mais. E’ uno di quei momenti in cui il colore della pelle distingue solo coloro che a 2000 metri non hanno abbastanza fiato per correre (i bianchi) da coloro che invece potrebbero correre per chilometri (i neri).

Vita da parrocchia, a Ol Moran

La strada asfaltata termina a Kinamba, una cittadina a 25 km da Ol Moran. Poi sono solo buche e scossoni lungo l’interminabile strada rossa che si perde nella savana verso nord. L’altopiano è verde, incredibilmente verde a destra e a sinistra. E anche laggiù, lontano sull’orizzonte. Siamo a 2000 metri. E’ luglio: è appena terminata la stagione delle piogge. Presto il bush, la vegetazione bassa della savana, tornerà a essere brullo e assolato.
La parrocchia di St. Mark appare sulla destra, duecento metri dopo la strada di accesso al villaggio di Ol Moran: poche baracche di legno, un mercato e qualche scuola. La proprietà è delimitata da una siepe verde ed è decorata al suo interno da fiori coloratissimi. La pompa eolica si vede già in lontananza e gira nella direzione del vento, alta sopra la missione.
La casa dei padri, la casa delle Sisters, la cappella, il dispensario, la falegnameria, l’edificio delle Githima Spinners e il centro pastorale sono costruzioni basse, in pietra, con infissi in ferro dipinti di bianco, in perfetto stile “english”. Tutto è delicato e confortevole, come le panche di legno che circondano gli alberelli nel prato davanti alla cappella. Un piccolo orto in cui crescono anche degli ottimi avocado e nel retro grandi distese di ananas e mais.
Appena fuori dalla proprietà un incrocio che al tramonto si tinge di sfumature indescrivibili e l’orizzonte sconfinato in cui si inoltra la strada. Fuori c’è solo la savana, qualche capanna nascosta tra i cespugli, campi coltivati, bestiame al pascolo. Più lontano, molto lontano, altri villaggi.
Nell’area di competenza della parrocchia S. Mark, circa 1.200 chilometri quadrati, più o meno come il triangolo che ha per vertici Mestre, Treviso e Padova, vivono in tutto 17mila persone, 5.000 delle quali sono cattoliche, disperse nei villaggi e nelle campagne. Per raggiungerle tutte (o quasi) la parrocchia si serve di una decina di chiese sparpagliate nel territorio, in cui la gente si ritrova per il catechismo e la preghiera comunitaria. La messa viene celebrata da don Giovanni o don Giacomo una domenica una volta al mese, a turno, poiché alcune “local church” distano anche oltre un’ora dalla parrocchia. A loro volta le local church raccolgono le “comunità di base” della zona: realtà preziose quanto necessarie, simili ai nostri “gruppi di ascolto della Parola”. E’ così che i fedeli crescono nella fede o si avvicinano alla comunità: un po’ come fecero i primi cristiani.
La parrocchia è un’oasi. Chi l’avrebbe mai detto? Fiori colorati e verde, elettricità e acqua corrente (ma non potabile per uno stomaco occidentale). La vita da missione sembra essere molto più confortevole di quanto ci si immagina da casa. Tutto è curato, pur nell’estrema semplicità. Spartano ma dignitoso. Perché mai i missionari dovrebbero vivere nel disagio? Come potrebbero veramente essere d’aiuto a questa gente senza essere in salute, senza vivere in ambienti sani e decorosi?
Dicono che la cura per l’ambiente della missione sia anche un esempio per la gente del posto. Certo senza sfarzo alcuno, ma non manca nulla di necessario. E nella casa dei padri c’è anche una vecchia tv.
Così finisce che gli ospiti alloggiano in camerate con letti a castello e bagno in comune, non ci sono armadi, ma i letti abbondano. Una presa della corrente permette persino di caricare il cellulare. Ma tanto non prende. L’unico posto della parrocchia in cui si può telefonare, fatta eccezione per alcuni rari casi di telefoni cellulari privilegiati, è in un angolo della chiesa all’aperto, meglio se in piedi sul muretto che la circonda. Dopo la cena a casa delle Sisters, le suore, quel luogo diventerà facilmente un punto di ritrovo fisso dove, tra mantidi religiose e insetti vari, chiamare casa per dire “va tutto bene”.
Al mattino la missione si sveglia presto. Le suore hanno la sveglia ancor prima dell’alba e alle 7 in punto ogni mattina nell’aria risuona il loro canto e il ritmo dei loro tamburi immancabili ad ogni messa. La celebrazione del mattino viene seguita da una decina di persone che gravitano attorno alla parrocchia e anche da diversi bambini e ragazzini di passaggio per andare alle scuole lì vicino. Nel silenzio della cappella si sente il calpestio dei loro piedi nudi e delle loro piante dure e secche di terra.
Presto la missione si anima: arrivano donne in cerca di aiuto, portano i bambini denutriti alle suore che si occupano di loro, arrivano anziani o ammalati per farsi visitare al dispensario che si trova proprio all’interno della proprietà. E’ un via vai per tutto il giorno, lento ma costante, di persone che passano per chiedere cibo, lavoro, una visita, una benedizione. Tutti si salutano stringendosi la mano e sorridendo.
“Habari”, “Mzuri”.
Ogni tanto nel pomeriggio si vedono i giovani della parrocchia: arrivano con le loro biciclette nere robuste. Si fermano spesso a giocare a pallavolo lì nel campo dove c’è il progetto di costruire la nuova chiesa. Altre volte si fermano per organizzare degli incontri, per studiare delle nuove canzoni da cantare, per preparare i loro spettacoli. Il sabato pomeriggio, nello spazio dove si celebra la messa, i bambini preparano le danze per la messa.
Il buio cala velocemente intorno alle 18. Puntualmente ogni giorno per tutto l’anno (siamo nei pressi dell’Equatore, dove la durata del giorno è la stessa 365 giorno all’anno). Con il buio, per la parrocchia non è consigliato girare senza una pila: ci sono i serpenti. Don Giovanni ad esempio utilizza la bicicletta per percorrere la stradina che dalla casa dei padri lo porta per la cena ogni sera nella casa delle Sisters. Si cena insieme e ogni sera è una grande festa. Sulla tavola non manca nulla, nemmeno il bis. E si beve acqua bollita (e perciò depurata) lasciata a raffreddare.
La giornate a Ol Moran finiscono presto, come presto cominciano.
Salvo il tempo, a volte meravigliosamente interminabile, di fermarsi ad osservare il cielo stellato.

26.7.07 Ol Moran (Kenya)- L’INCROCIO

La strada rossa si perde nella savana
Verso nord
Soffia una brezza calda
A destra e a sinistra,
davanti e dietro di me
immenso spazio
e la luce del mattino
che avvolge e rischiara dentro.

Messa domenicale a Ol Moran

Dalla strada rossa che si inoltra nel bush, la vegetazione tipica della savana, e dai cespugli, sembra che spuntino dal nulla: uomini, donne e bambini, vestiti con l’abito migliore e sorridenti. Dai dintorni della missione vengono a piedi o in bici ogni domenica per celebrare insieme la messa comunitaria che comincia alle 11 e che dura non meno di due ore. Altre due-tre messe vengono celebrate da don Giovanni e don Giacomo, a turno, anche nelle out-station della parrocchia. Dove non ci sono neppure delle cappelle, la messa si celebra all’interno delle scuole o all’aria aperta.
Che si tratti della messa più raccolta, dentro una baracca fangosa in una delle più distanti out-station oppure che sia la messa più affollata della zona, tanto che l’originaria cappella non è più sufficiente e attualmente la messa viene celebrata in una struttura all’aperto sotto una grande tettoia di lamiera, l’appuntamento domenicale è sempre e comunque una grande festa.
L’incontro con l’Eucarestia, come dovrebbe essere, è una grande gioia che si esprime nel canto, nella danza e nel coinvolgimento profondo di tutto il corpo. Colori e suoni, musica e spiritualità, tutto concorre al “santificare la festa” così come solo gli africani sanno fare. Immancabile il tamburo, tra gli altri curiosi strumenti ritmici, instancabilmente l’assemblea accompagna il canto con il battito delle mani festoso, tutto il corpo è coinvolto nella lode. Il canto di inizio del coro, poi dal fondo della chiesa l’ingresso dei bambini vestiti tutti uguali che intonano un nuovo canto procedendo verso l’altare in una processione a passo di danza e coloratissima.
All’offertorio il cestino delle offerte non scorre di mano in mano ma è ai piedi dell’altare e all’intonare del canto ciascuno si alza in piedi e in una prima processione si avvicina all’altare per lasciare la propria offerta visibilmente davanti a tutti. Non si tratta solo di monetine tintinnanti, ma anche di grosse ceste con pannocchie di mais, o patate. Ciascuno offre quel che ha. Una seconda processione per il momento della comunione mette in evidenza le diverse provenienze tribali dei fedeli. In una lunga fila ordinata, l’assemblea che al colpo d’occhio sembrava un’unica macchia nera indistinta, si scioglie nella bellezza dei variegati colori che la compongono. Dalla “mamy” con fazzoletto colorato in testa e dalla corporatura poderosa, al ragazzino in tuta da ginnastica, passando per la signora distinta in tailleur rosa, all’uomo in giacca e cravatta e al bambino scalzo.
Qua e là, ma sono spesso nascoste tra la gente, delle donne anziane in abito tradizionale pokot o turkana, dalle mille collane colorate e le orecchie bucate da pesanti vere di metallo. Alla destra dell’altare il coro diretto dal maestro intona canti gioiosi a cui partecipa tutta l’assemblea. Dal fondo della chiesa una donna ogni tanto emette dei gridi tribali festosi. Un uomo dai capelli bianchi si muove a ritmo innalzando le mani al cielo. Un angolo di chiesa ai piedi dell’altare è denso di testoline nere e ricce, incantate a guardare le nuove facce bianche. I bambini di queste parti sono incredibilmente silenziosi, non se ne sente piangere nessuno. Non fanno capricci, non attirano l’attenzione. Stanno in silenzio, ci guardano di soppiatto, poi distolgono lo sguardo, poi ancora tornano a cercare lo sguardo. Appena si avvicinano cercano il contatto fisico, l’abbraccio, una carezza, non mollano la presa. E sorridono, sorridono sempre e comunque.

27.7.07 Ol Moran (Kenya) All’incrocio

Ancora una volta.
L’ultima.
Il sole va a nascondersi all’orizzonte.
“Com’è l’Italia?” mi chiede un ragazzino che passa con la sua bici gigante per l’incrocio appena fuori dalla proprietà della missione.
L’Italia? Diversa. Qui è tutto così vasto che lascia spaesati.
Una bimba passa con della legna in braccio. Sulla fronte porta una borsa fatta di canna da zucchero intrecciata, ricolma. Forse porta a casa la cena. Si ferma e mi fissa.
In lontananza vedo arrivare i giovani della parrocchia con le loro bici. Sono qui per la serata: stasera luna piena e falò in mezzo alla savana. I ragazzi canteranno e danzeranno per noi.
L’ultima sera qui ad Ol Moran. L’Ultima notte nella quiete della savana.
Mi mancherà questa pace, questo silenzio e questo incrocio.
Mi mancheranno queste mani polverose da stringere.
E l’orizzonte. Si, mi mancherà soprattutto questo orizzonte. Sembra di poterlo spostare così in là da far coincidere esattamente sogni e realtà.
La bimba con la legna e la borsa sulla fronte mi continua a fissare.
Resterei qui per ore. Resterei qui ancora un po’, a dir la verità…
A dir proprio la verità non ho voglia di tornare a casa, se non per la mia famiglia e per Marco.
Non mi manca nient’altro, a dir la verità…
Ma torno perché devo raccontare: credo che sia questa la mia missione…
Credo proprio di aver capito cosa voglio…

Sulla via del ritorno

Il vero viaggio ha inizio al ritorno: la frase che dicono tutti coloro che visitano le realtà missionarie. Se il comune turista si carica di aspettative nel viaggio di andata in questo caso è tutto al rovescio. Come se quel mondo incontrato così da vicino abbia saputo capovolgere ogni consolidata scala di valori, per permettere di far cominciare la storia di nuovo. Come fosse caduta in un buco e ripartisse da dove si preferisce.
Da prima di Korogocho, è possibile?
Non ha senso di esistere quella povertà, perché è una povertà causata dalla ricchezza, dal “di più”, non dall’assenza. Non ha senso di esistere, ed è per questo che operano lì dentro i missionari comboniani per riscattarla, a maggior ragione se può esistere nel 2007 un villaggio sperduto nella savana come quello dei Turkana. Non ha senso che ci siano persone che vivono nelle condizioni in cui si vive in una baraccopoli se nelle scuole delle campagne, costruite solo con fango e legno, i bambini sanno sorridere e imparare in silenzio, anche senza scarpe.
Sulla via di Ol Moran abbiamo incontrato persone capaci di dare risposte concrete alle necessità reali della gente che vive in questa terra, non miraggi come l’illusione di benessere che crea ai giovani kenioti il possedere un cellulare o come l’illusione di una ricchezza facile da cercare in città, con l’altissima probabilità di finire in una baraccopoli, invece che di sviluppare le risorse della campagna. Questa è l’Africa. O perlomeno questo è ciò che l’Africa è diventata grazie al colonialismo. Qui è dove finiscono coloro che cadono, spesso provenienti dai villaggi delle campagne, illusi di trovare il progresso, il benessere in città.
Ma dopo essere stati a lungo nei villaggi è inevitabile affermare che il benessere, quello nel senso etimologico del termine, è molto più vicino e vivo in campagna che in città, è molto più raggiungibile sulla via di Ol Moran, che è anche la via del S. Martin e la via di tutti i missionari cattolici impegnati nelle terre di missione.
Ma se è possibile trovare spiragli di luce persino a Korogocho vuol dire che sta accadendo qualcosa che riesce a insinuarsi nella rete di disperazione per risollevare le persone e ridare loro dignità.  In discussione a questo punto siamo noi, ciascuno di noi, individualmente. L’esistenza di Korogocho, l’esistenza dei villaggi, e l’esistenza di ciascun sorriso sui volti dei bambini che abbiamo incontrato ci sta interrogando. E continuerà a farlo.
Può essere l’esperienza che Ol Moran porta avanti da 10 anni un modello esemplare da esportare in altre zone del terzo mondo? Può essere quello un modo di aiutare l’Africa sfuggendo l’assistenzialismo e provocando lo sviluppo sociale, prima che economico?
Tra modello occidentale e orientale i missionari, insieme a numerose associazioni di volontariato e ong, stanno operando per realizzare una terza via, un terzo modello di sviluppo umano che insegua benessere, ma non consumismo, produzione ma non sfruttamento.
Un modello che implica il riconoscimento delle ricchezze proprie  di un territorio e della popolazione e che aiuti a trovare vie di potenziamento di tali risorse.
Non si tratta di aiutare gli africani, ma piuttosto di aiutare gli africani ad aiutarsi.

01-08-2007 Karibuni!!

Una delle parole che ho sentito pronunciare più spesso e con maggiore convinzione in questi 20 giorni di Africa: benvenuti!
Per gli africani l’ospite è una benedizione. Dunque Karibuni, cari amici!
Sono tornata il 29 sera tardi e mentre dall’aereo si intravedevano le ciminiere di Portomarghera e la sagoma del Ponte della Libertà la mia emozione cresceva. Avevo voglia di rivedere la mia famiglia e Marco e gli amici, ma in realtà non è che morissi dalla voglia di tornare a casa. Anzi. Lo dicono tutti, l’Africa ti cattura, una parte di te rimane lì e non ti dà pace. Dicono che sia “memoria genetica” del nostro luogo d’origine. L’Africa è la culla dell’umanità, ecco cos’è quell’attrazione, quella sensazione di inquietudine.
Ma non torno con il mal d’Africa. Quella è roba da touring club. Torno con il “mal di missione”, con la voglia di continuare a viaggiare, a conoscere, a mettere in discussione i miei punti di vista per scoprirne di nuovi e migliori.
L’impatto con questa civiltà e con le cose di sempre è tuttora molto difficile. Non sono riuscita a scrivere subito perché (dicono sia normale per chi torna dall’africa) ogni cosa ha acquistato per me un nuovo valore, una nuova priorità. Anche il mio inseparabile pc, il mio blog…
Tutto il superfluo che fa parte così prepotentemente della nostra vita occidentale non mi è affatto mancato. Eppure tutto questo superfluo è superfluo in Africa ma rimane necessario qui. Ed io è qui che vivo, non in Africa. (Sigh)
Quando ero in Kenya non parlavo molto, scrivevo, ma soprattutto pensavo. E’ come se di fronte a un orizzonte così sconfinato non servisse dire nulla. E’ tutto autoevidente. Come la povertà e la sofferenza, come la gioia della danza e del canto. E’ tutto colorato di tinte accese e forti, ci sono poche sfumature che rischiano di essere fraintese, ci sono poche ambiguità, poche discussioni da fare. L’Africa è nitida di problemi e soluzioni. Davanti ai miei occhi ogni cosa sembrava chiara, vittima e carnefice, colpevole e innocente. E solo un’unica cosa messa in discussione: io, nient’altro.
Un solo pensiero, per oggi: l’Africa non ha bisogno del nostro superfluo, dei nostri scarti o delle nostre elemosine. Tantomeno delle nostre spazzature. Ha bisogno di noi, certo, è evidente, ma solo se ci lasciamo contaminare, solo se riusciamo a ribaltare le nostre prospettive e ad allargarle all’infinito come quella strada rossa che dalla missione si inoltrava nella savana.
Io sono andata in Africa con l’idea di fare qualcosa, di dare qualcosa, di contribuire, di costruire, di aiutare. Presuntuosa. Cosa credevo di dare senza imparare niente? Cosa credevo di poter fare senza prima cambiare dentro?
E ancora una volta a portare qualcosa a casa siamo noi, e per quanto ci si sforzi di donare qualcosa, noi occidentali siamo capaci solo di donare cose materiali, vestiti, scarpe, medicine e soldi. L’Africa invece sa dare molto di più. Qualcuno sa dirmi quanto vale un abbraccio di un bambino malato di aids senza genitori, senza scarpe e senza futuro ma che ha ancora voglia di giocare con le mie mani? Molto più dei miei vestiti vecchi che gli regalo senza molti rimpianti, credo.
Il vero viaggio inizia adesso, con il capitale accumulato in questi 20 giorni ora si tratta di costruire qualcosa qui. Se non altro per condividere quella ricchezza con chi l’Africa non l’ha ancora vista, se non altro per dire grazie, se non altro per chiedere scusa. Perché non mi ero mai resa conto di quanto devo dire grazie e di quanto devo chiedere scusa.
Sono al lavoro già da due giorni al mio reportage. Oh no, non è affatto superfluo che io racconti quello che ho visto.
Pole pole (con calma…) scriverò ogni cosa…

28-08-2007  UN PASSO INDIETRO…

In questi 20 giorni di Africa ho dormito in un letto pulito, ho avuto a disposizione un bagno pulito e con persino l’acqua corrente. Ho bevuto acqua depurata e mangiato cibo a sufficienza da saziarmi. Non ho dormito nelle capanne, sul fango, né ho dovuto bere acqua contaminata né patire la fame. Sul comodino avevo una borsa piena di medicinali e vestiti puliti, comodi, anche se non certo alla moda. Dignitosi. Ho potuto comunicare con la mia famiglia con il cellulare, brevemente ma quanto basta. Avrei potuto anche scaricare le e-mail, se solo avessi voluto. Non mi è mancato nulla di necessario, nulla di vitale, se non le persone che ho lasciato a casa.
Ecco cosa mi ha insegnato più di tutto questa esperienza: al primo posto ci sono le persone, quelle che amiamo, quelle che ci sono vicino, quelle che in qualche modo Dio mette sulla nostra strada. E c’è sempre un motivo, un senso.
A volte dimentichiamo che le persone dovrebbero avere la priorità sul nostro tempo, sui nostri impegni.
In africa ho riscoperto il valore del saluto, dell’accoglienza, del sorriso. Quante persone si incrociano nelle nostre città ogni giorno che non sorridono né tanto meno salutano. Eppure sono persone che hanno di sicuro molti più beni materiali di quegli africani che abbiamo incontrato In Kenya. Eppure gli africani sorridevano e gli italiani no.
Il consumismo non ci porta alla felicità, ma dai?
Dunque?
Un passo indietro. Ne ero convinta prima, ne sono ancora più convinta oggi dopo questo viaggio in Africa. Decrescita felice, come la chiama saggiamente Maurizio Pallante.
Le tante domande che L’Africa provoca muovono tutte in unica direzione: noi stessi, il nostro stile di vita, le nostre scelte, la nostra scala di valori.
La globalizzazione ci rende tutti interdipendenti e vicini. Le scelte quotidiane e personali di ciascuno di noi hanno ripercussione diretta sulla vita di quei bambini e ragazzi che ho incontrato in kenya.
Come dicono le mamme ai bambini che fanno i capricci per mangiare: “Pensa ai bambini dell’Africa!”. Lo dico anch’io: pensiamo ai bambini dell’Africa tutte le volte che sprechiamo tempo, soldi, energia. Pensiamo ai bambini dell’Africa tutte le volte che prendiamo una posizione politica pensando ai nostri diretti interessi, tutte le volte che scegliamo una banca, che compriamo una macchina, una tv o un condizionatore. Non perché non dobbiamo comprare queste cose: ma perché ci rendiamo conto del loro vero valore, della loro vera utilità e del loro vero prezzo.
Un consiglio ancora: pensiamo ai bambini dell’Africa mentre sorridono, non guardiamo i loro piedi scalzi e sporchi, guardiamo il loro sorriso e teniamolo ben a mente tutte le volte che ci sentiamo giù per qualche motivo, magari banale. Pensiamo che loro riescono a sorridere sempre e comunque.
Nessuno è così povero da non aver nulla da dare. Questo viaggio mi ha donato tanto, in misura incommensurabile, niente di materiale, ma solo regali per lo spirito, ricordi, immagini, sorrisi e abbracci. E cielo e orizzonte e stelle. E vento.
Thank you Africa.

06/09/2007 – IL MIO REPORTAGE DAL KENYA
3 2 1…eccolo qui…
Finalmente tra le mani il frutto del mio lavoro…
Sto sfogliando le pagine del nuovo numero di Gente Veneta, il settimanale della Diocesi di Venezia per cui lavoro, che ha pubblicato il mio reportage sul viaggio che ho fatto in Kenya, in visita alla Missione di Ol Moran…
Sono emozionantissima…
In prima pagina il mio primo editoriale dal titolo “L’Africa ci chiede un passo indietro”.
Dentro 8 pagine di reportage che raccontano le storie, le persone e gli incontri di questo straordinario viaggio…
E’ solo il mio piccolo contributo rispetto alla grande ricchezza che ho ricevuto da questa esperienza africana. Condividere emozioni, immagini, pensieri, dubbi: mi rendo conto che nessuna esperienza avrebbe senso se poi uno trattiene tutto per sé…
Il mio motto ora è: “Ciò che dai è tuo per sempre, ciò che tieni solo per te è perduto per sempre” (dal bellissimo film “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano”)
Fatemi un in bocca la lupo…perché questo è in realtà solo l’inizio del viaggio…

L’Africa ci chiede un passo indietro –  7 Settembre 2007

Editoriale di Francesca Bellemo – tratto da GENTE VENETA, n.34/2007

A Ol Moran vive una donna appartenente alla tribù dei Turkana. Indossa tantissime collane colorate. Al collo porta tutta la sua vita, raccontata con le perline, perché ciascuna collana è il simbolo di un evento felice o nefasto della sua vita. E tra tutte quelle collane tradizionali spunta anche un rosario di plastica. E non stona perché il Vangelo non stona mai neppure al collo dei Turkana.
Non può stonare il Vangelo quando è l’Africa a raccontarcelo. Il volto di Dio lo si incontra nei poveri: mai stato così vero quanto in Africa. Ma sono davvero così poveri come ci immaginiamo noi? La povertà è davvero solo una questione di beni materiali, di soldi?
Se cominciamo a ipotizzare che esista una ricchezza diversa da quella quantificabile in denaro, allora ecco che i ruoli si ribaltano, insieme a tutte le nostre categorie e precondizioni. Non siamo noi occidentali ad aiutare l’Africa, ma gli africani ad insegnare a noi come poterli aiutare.

Per questo tornare dall’Africa è traumatico. Dicono sia così per tutti, almeno per i primi giorni. Ogni
cosa viene rimessa in gioco con nuovi colori e valori rubati con gli occhi o al prezzo di una fotografia. Si torna dall’Africa rimescolati come dopo un giro sulle montagne russe, con la terra più vicina e il cielo sotto i piedi. Si torna dall’Africa arricchiti. Perché la povertà insegna il vero valore della ricchezza. Lì dove non c’è niente, si riceve l’essenziale, si riceve tutto. In Africa si incontra la povertà, certo. Una povertà gridata, urlata, una povertà sbattuta davanti agli occhi e che non si può fare a meno di guardare. Una povertà che ci commuove e impietosisce, ma che dovrebbe invece interrogarci su quella povertà che è, invisibile, quotidianamente sotto i nostri occhi distratti.
In Africa si incontra la miseria, si incontra il dolore. Ma mai la disperazione. E’ proprio così: dove sembra esserci l’inferno, lì nelle situazioni più difficili da vedere e accettare, è lì che si incontrano le persone migliori, i cristiani migliori, la Chiesa migliore. Ma allora noi, da qui, cosa possiamo fare concretamente? Raccolte fondi, realizzazione di progetti? Certo. E’ importante. Ma non può bastare.
Il nostro aiuto, anche e soprattutto economico, acquista un valore solo nel momento in cui da parte nostra siamo capaci di mettere in discussione il nostro stile di vita e la nostra scala di valori, per rimettere al centro la persona.
Servono risposte globali e individuali insieme. Significa essere capaci di fare anche un passo indietro nel nostro livello di benessere. Un passo indietro necessario per poter riequilibrare la distribuzione di risorse
mondiali. Un passo che nessuno di noi sarebbe disposto a fare. Difficile, costoso. Eppure necessario.

Senza questo passo sarebbe come continuare a versare acqua in una cisterna bucata. C’è bisogno di rattoppare la cisterna. E che a rattopparla siano gli africani.
Perché, sia chiaro, l’Africa la salveranno gli africani, come disse Comboni.
Su questo non ci piove. Solo che forse andrà a finire che gli africani poi salveranno pure noi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...